Abbiamo fatto una pausa troppo lunga… purtroppo la lettura è passata in secondo piano negli ultimi tempi e non mi sembrava rispettoso buttare due righe tanto per riempire le pagine. Però…
Però Books and Music torna e lo fa con un ospite di tutto riguardo, che ritorna a parlarci dei suoi libri e raccontarsi.
L’occasione è l’uscita del suo ultimo romanzo della serie della Banda Ventura, disponibile in libreria dal 29 aprile.

Il romanzo, quarto della serie, racconta il mistero che si nasconde dietro il ritrovamento di un cadavere dentro un muro, alcuni incidenti stradali e un club per scambisti. La banda Ventura dovrà faticare non poco per ricostruire i collegamenti tra eventi e luoghi di una Torino sempre più lontana dai percorsi turistici e sempre più nascosta nell’ombra. Il caso che il Numero Uno mette nelle mani della banda è estremamente intricato e ogni volta che si intravede una soluzione, questa svanisce all’improvviso. Ma questo sarà anche il romanzo delle rivelazioni, di cui non anticipo niente, e il romanzo in cui si scopre il passato di Sanda. Ancora una volta Pandiani parte subito forte e già nelle prime pagine si viene messi al centro dell’azione.
Enrico Pandiani è sempre disponibile quando gli si chiede un’intervista e allora diamo spazio alle sue parole.
G: Buongiorno Enrico, l’ultima volta che ci siamo sentiti è stato per l’uscita del primo capitolo di questa serie (Fuoco) e adesso siamo arrivati al quarto e penultimo caso da risolvere.
È cambiato qualcosa nel tuo modo di scrivere delle avventure della banda Ventura?
E: La mia impressione è che il mio modo di scrivere cambi in continuazione. A parte venire condizionato dall’incrocio dei differenti timbri delle serie che scrivo, lo è e soprattutto dai libri che leggo, dalle scoperte che faccio e da ciò che sento. La scrittura, in cui non si finisce mai di imparare, è estremamente condizionata dal tempo, dagli afflussi esterni e anche dagli errori commessi. Che si cerca di non ripetere.
G: In ogni libro, come avevi anticipato nell’ultima chiacchierata che avevamo fatto, sei riuscito a trovare una storia adatta per raccontare il passato di uno dei protagonisti più da vicino. Queste storie dei singoli le avevi preparate prima o le sviluppi di volta in volta?
E: Quando ho iniziato la serie della Banda Ventura, avevo abbastanza bene in mente chi fossero i vari personaggi e da quale mondo provenissero. Per cui mi ero fatto l’idea di una storia ben precisa per ognuno di loro, una vita che avesse formato il loro carattere, la personalità e le persone che erano diventate. Nel corso dei romanzi, ovviamente, si sono aggiunte idee e particolari, ma in grandi linee avevo già tutto in mente.
G: La serie di Les Italiens proponeva un gruppo in cui però uno dei componenti, Mordenti, dominava la scena, nella nuova serie invece il gruppo agisce in modo più corale. Ti chiedo quindi da cosa nasce la scelta di passare da un protagonista singolo a un gruppo e se tu credi più nella forza del singolo o del gruppo.
E: Il gruppo, con le sue differenze e singolarità, mi è più congeniale. Il personaggio singolo, specie se maschile, alla fine diventa sempre l’eroe solitario, con le sue manie più o meno assurde, le sue idiosincrasie e patologie. Arriva sul suo cavallo bianco e risolve la situazione. Il gruppo è più complesso, sono teste differenti, ognuna con le sue particolarità. Bisogna star dietro a tutti quanti, si è costretti a farli lavorare assieme. È più impegnativo, ma dà grandi soddisfazioni. Mentre Mordenti rappresenta un po’ la cifra della serie de Les Italiens, grazie anche al suo modo di parlare e al suo personale senso di giustizia che segnano molto il destino dei suoi compagni, la banda Ventura è piuttosto un organismo complesso nel quale ogni membro ha il suo ruolo e la sua peculiarità. È vero, Max primeggia un po’, ma non tanto da oscurare l’esistenza degli altri.
G: Questo romanzo è quello delle grandi sorprese e rivelazioni. E siamo giunti al penultimo capitolo, hai già in mente la chiusura di questa serie?
E: Sì, ho già in mente ciò che verrà fuori dal quinto romanzo che chiuderà questo ciclo. Non ho ancora bene in testa la storia, ma ci sto lavorando. Certamente sarà il turno di Max Ventura e di Numero Uno, saranno loro a raccontarsi e a svelare un po’ di cose. Probabilmente ci sarà una puntatina a Marsiglia e il passato avrà la sua importanza.
G: Nella nostra ultima intervista, quando ci hai parlato di Fuoco, il primo romanzo della serie, ci avevi detto che non c’erano molte analogie tra te e i personaggi di questa serie, a parte Ventura e la sua pipa. Dopo 4 romanzi hai messo un pochino più di te in qualcuno dei 4 componenti della banda?
E: Diciamo che nei miei romanzi, più o meno tutti, io sono spalmato come si fa con il burro sul pane prima di mangiare le acciughe. I miei personaggi hanno spesso le mie manie, amano le cose che amo io, a volte le citano. Condividono con me piccoli episodi della mia vita, qualche passione e, perché no, qualche feticcio. Questo avviene anche in certi luoghi che descrivo andando a pescare ricordi e sensazioni nascoste dentro la mia testa. Di più non posso dire senza la presenza del mio avvocato.
G: E allora passiamo subito a un altro argomento! Matilde, figlia di Victoria, che con le sue intuizioni e le sue capacità informatiche aiuta la banda Ventura a risolvere i suoi casi, dà il suo contributo anche stavolta. In questo periodo in cui i giovani sono spesso criticati per essere poco attivi e vengono definiti quasi incapaci e inebetiti dalla tecnologia, il tuo sembra un urlo a difesa delle nuove generazioni. Insomma ci possiamo fidare di questi giovani?
E: Io penso che tutto sommato ci possiamo fidare. Buona parte delle proteste contro le ingiustizie di questa nuova società proto-fascista e contro i fatti orribili e inumani che avvengono al mondo, guerre, devastazioni e stragi, arrivano da loro. Sono i giovani a scendere in piazza, a farsi manganellare dalla polizia. Per contro dobbiamo pensare alla quantità di oggetti che in qualche modo influiscono anche negativamente sulle loro vite, telefonini, tablets, computer, intelligenze artificiali, tutte cose che noi non conoscevamo e che molto spesso allontanano dai libri e dalla lettura. Certo non li invidio, costretti a vivere in una società sempre più ingiusta e divisa, dove l’unico metro di giudizio è il denaro.
G: In “Rimorsi” la paura aleggia costante sui personaggi. Probabilmente più che nei romanzi precedenti. Pensi di averli portati un po’ al limite? Compreso il Numero Uno che sembrava immune.
E: Può darsi. Rimorsi è una brutta storia, il risultato di avidità pregresse, di mancanza totale di empatia e di una forte indifferenza nei confronti degli altri e delle loro vite. Rappresenta un po’ la società contemporanea, dove la politica vive su un altro pianeta e se ne fotte del destino dei cittadini e ciascuno di noi è impegnato a cercare di mantenere i propri piccoli e insignificanti privilegi, conservando stili di vita a volte grotteschi. Più che la paura, credo che il tema dominante del romanzo sia quel senso di sopraffazione e di impotenza che proviamo di fronte a eventi che condizionano le nostre vite e contro cui non abbiamo alcuno strumento di difesa.
G: Nei tuoi romanzi sono spesso presenti storie d’amore che, purtroppo, ancora ai giorni nostri vengono guardate con sospetto. Una tua grande capacità è renderle quotidiane, mai morbose. Pensi che un giorno si riuscirà a superare i pregiudizi che ancora accompagnano la nostra società?
E: Riguardo a questo argomento, ho una sola cosa da dire: due persone che si amano sono soltanto due persone che si amano. A me non interessano i riferimenti sociologici, in molti dei quali nemmeno credo. Piuttosto, tendo a detestare quelle persone che si arrogano l’assurdo diritto di fare dei distinguo, che per me non esistono. Siamo tutti uguali e abbiamo tutti gli stessi diritti, compreso quello di innamorarci di chi vogliamo. Questo succede, nei miei romanzi, le persone si amano e basta.
G: Quanto sei affezionato alla banda Ventura? Pensi che un giorno, dopo la chiusura della serie (a cui tu avevi già dato una scadenza in termini di numero di romanzi), lascerai una porta aperta per un ritorno?
E: La banda Ventura mi ha dato tantissimo, sia come impegno che come scrittore. Per dirne una, mi hanno fatto vincere il premio Scerbanenco nel 2022. La serie è nata per essere di cinque romanzi. Il prossimo, come ho detto, chiuderà il ciclo. Succederanno cose fondamentali, che lasceranno la banda Ventura in una situazione particolare. Questo non vuol dire che Max, Sanda, Abdel e Vittoria, prima o poi, non possano tornare. Magari cambiando il meccanismo narrativo. Ma per ora ho altre idee.
G: Si parla sempre del vuoto che rimane nei lettori dopo la fine di un libro o di una serie, ma poco ci si interroga su come lo scrittore vive questo momento. Tu come affronti la chiusura di un romanzo?
E: La chiusura di un romanzo, per me, in genere coincide con il lavoro cerebrale e organizzativo rivolto alla storia seguente, che già andava formandosi mentre finivo quella precedente. Per cui non è mai un finale triste, ma piuttosto il momento in cui una storia viene liberata e inizia la sua propria vita. Come quando si abbandonano in un lago quelle cortecce di legno con sopra una candela che si allontanano nel buio ma continuano a brillare. Ogni fine coincide sempre con un inizio.
G: Tempo fa ho avuto il piacere di intervistare una famosa cantante (Noa) che mi disse che l’artista deve mettere la sua arte a disposizione della società altrimenti non si parla più di artista ma di un semplice intrattenitore. Condividi questa definizione?
E: Questo succede sempre, a meno che uno non chiuda a chiave il suo libro o la sua canzone in un cassetto e non li faccia vedere a nessuno. Ma sarebbe assurdo. Io credo che la cosa essenziale per uno scrittore, sia riuscire a raccontare e condividere con gli altri la sua visione del mondo. Se per “mettere l’arte a disposizione della società”, Noa intende l’approfondire alcuni argomenti che ci disturbano, che troviamo ingiusti o che vorremmo cancellare, per poi raccontarli alle persone, allora sono d’accordo.
G: La domanda precedente nasce dal fatto che nei tuoi romanzi c’è sempre una critica agli aspetti negativi della nostra società, e quindi sono sempre presenti chiari riferimenti alla cronaca dei nostri giorni. Avevamo parlato anche l’ultima volta del tuo essere diretto e aprirti al dialogo. Quanto senti l’urgenza di “aprire gli occhi”, o almeno provarci, di chi ti legge?
E: Quest’urgenza la sento sempre. Questa società è piena di contrasti, di ingiustizie, di differenze che non dovrebbero esistere o, quantomeno, non essere così abissali. La politica dovrebbe occuparsi del benessere dei propri cittadini, invece fa il contrario, quando non arriva a pensare solo a se stessa. I politici, oggi, stanno essenzialmente smantellando lo stato sociale in tutte le sue forme, per prendere voti negano addirittura la realtà dei fatti, e questo va raccontato.

G: Ultimamente su facebook ti sei espresso sul successo di Sinner a Wimbledon, proprio quando tutta la penisola celebrava il nuovo campione, ma tu non hai risparmiato qualche commento ben poco lusinghiero. E allora ti provoco qui: insomma non esulti per questo successo italiano?
E: Lo sport non mi ha mai fatto esultare. Qui da noi, in particolare, è sempre stato consolatorio, unico palliativo contro le miserie e lo stato pietoso in cui versa questo paese. Le vittorie nello sport sono ormai l’unico evento, passivo, per giunta, capace di soddisfare e unire i cittadini italiani, che su tutto il resto sono divisi. Il caso dello Ius Soli è emblematico: se la cittadinanza viene concessa a un calciatore straniero, che nemmeno parla italiano ed è qui da un paio di settimane, va tutto benissimo; ma se la devi dare a un ragazzino straniero che è nato in Italia, ha frequentato le scuole, vive in questo paese e ne ha pieno diritto, allora no, non va bene. Quindi, per rispondere alla tua domanda, sono contento per Sinner e penso sia un campione, ma la vittoria a Wimbledon, non dà nulla alla mia dignità di cittadino. Sono ben altre le vittorie che mi farebbero sentire orgoglioso di essere italiano.
G: Ormai sta diventando una specie di rito con te, perché non sbagli un suggerimento per quanto riguarda musica e libri. E allora ci suggerisci un bel disco per chi ancora deve iniziare a leggere Rimorsi? E poi, visto che Rimorsi, come sempre capita con i tuoi libri, riesce a trasportare il lettore in altri luoghi e ad assorbirlo completamente, lasciando un vuoto a fine lettura, hai qualche suggerimento letterario che può aiutare a colmare questo vuoto?
E: Allora, come disco, per chi volesse immergersi nelle atmosfere della banda Ventura, consiglio di ascoltare il meraviglioso Aman Iman, dei Tinariwen, un gruppo rock Tuareg proveniente da Tamanrasset. La loro musica meravigliosa fonde le melodie africane con le atmosfere del miglior rock anni ’70. E fossi in voi non mi limiterei a questo LP, ma ascolterei tutta la loro musica.
Per quanto riguarda i libri, ultimamente ho letto un paio di cose molto belle e coinvolgenti. Partirei da Tra lei e me, di Giampaolo Simi (Sellerio 2025) romanzo intenso e bellissimo su una figura femminile molto complessa. Proseguirei con Amici di una vita, di Hisham Matar (Einaudi 2024), storia straordinaria di un’amicizia attraversata da una dittatura, e concluderei suggerendo Notte di battaglia, di Miriam Toews (Einaudi 2024), che racconta l’ultimo viaggio di una nonna ultranovantenne con la nipote di 11 anni, storia raccontata in maniera esilarante con la sua voce di ragazzina curiosa e intelligente. Tradotto in maniera esemplare, tra l’altro, da Maurizia Balmelli.
Ringrazio Enrico per la consueta disponibilità, e soprattutto rinnovo i complimenti perché i suoi libri sono sempre un momento di evasione accompagnata da riflessioni sul mondo che ci circonda.
Come sempre, buona lettura (e buon ascolto con i con i consigli di Enrico)
G.