Ci sono libri che attendo con impazienza, e tra questi ci sono sicuramente i romanzi di Enrico Pandiani.
Enrico, torinese, ha fatto il suo ingresso nel mondo degli scrittori nel 2009, con Les Italiens, il primo di una serie di sette romanzi che hanno come protagonista una squadra di poliziotti parigini guidata dal commissario Mordenti. Ha scritto anche la mini-serie che ha come protagonista Zara Bosdaves, ex ispettrice di polizia, e tanti altri bei romanzi.

Con il romanzo Polvere, ci mostra una Torino periferica, lontana dal mondo ovattato del centro e Pandiani abbandona per un attimo la sua capacità ironica, caratteristica della serie Les Italiens. Nel suo penultimo romanzo, Lontano da casa, lo scrittore torinese si spinge ancora più a fondo nell’osservazione di un mondo caratterizzato da razzismo e crudeltà e scava nell’animo umano per scoprire il peggio che si può nascondere sotto l’apparenza di brave persone.
Storie scritte con maestria, non solo narrativa, ma anche di analisi sociale e psicologica.
Pandiani non se la prende con Torino, il suo sembra più un urlo di rabbia contro un mondo in cui si permette ancora il razzismo e l’emarginazione e dove anche chi dovrebbe essere al di sopra di certi comportamenti si comporta peggio degli altri.
Cosa caratterizza la scrittura di Enrico Pandiani? Tante cose: trame avvincenti, attenzione alla realtà circostante, coraggio di raccontare storie scomode e non nascondersi, il ritmo, personaggi ben costruiti e delineati, mai eccessivi ma sempre importanti.
In questi due anni di pandemia, i lettori hanno avuto il piacere di alleggerire l’atmosfera dedicandosi ai suoi libri, e bisogna dire che Enrico ci ha viziato, pubblicando, come detto prima, bei romanzi e per fortuna senza farci attendere troppo tra uno e l’altro. Il 25 gennaio è uscito il suo ultimo lavoro, Fuoco.
Questo romanzo racconta la storia di quattro ex-detenuti in un carcere francese che, durante il trasferimento in un altro carcere, grazie a un incidente stradale del mezzo su cui viaggiavano, riescono a evadere. Decidono di non separarsi, per avere maggiori possibilità di sfuggire alla cattura e si trasferiscono prima a Milano e poi a Torino. Ognuno di essi riesce a ricominciare una nuova vita rispettando la legge. Max Ventura, ex rapinatore ha un ristorante, Abdel, ex ladro ha un’officina di auto d’epoca, Sanda, ex ballerina al Crazy Horse, è diventata socia di una palestra, Victoria, coinvolta in una truffa dal suo ex compagno, ha ricostruito la sua vita e ha una figlia. Sono questi i quattro personaggi che sono riusciti a cambiare vita e hanno seppellito negli anni il loro passato. Ma un giorno Max riceve la visita di un uomo che conosce bene le loro storie e la loro identità e potrebbe cancellare anni di fatiche, riportando a galla tutto ciò che appartiene alla loro vecchia vita. Li trascinerà alla ricerca della verità per un caso archiviato troppo in fretta.
La banda Ventura, così verrà chiamata, si troverà quindi a indagare su un caso che racchiude il marcio della nostra penisola.
Pandiani ancora una volta dimostra di sapere costruire personaggi affascinanti e di saper raccontare storie avvincenti, ma soprattutto riesce a inserire tanti elementi contraddittori della nostra società. La storia si sviluppa nella periferia torinese, in cui la vita scorre con sbalzi di tensione frequenti, dove l’immigrazione e l’integrazione rimangono questioni quotidiane e di grande rilievo, dove la cattiva Italia riesce a dare il suo peggio.

Il romanzo è bello, avvincente, ha un bel ritmo e affascina per la capacità di far muovere i personaggi che compongono la banda sia in modo autonomo sia come un gruppo ben affiatato. La difficoltà più grande è stata quella di interrompere la lettura per tornare agli impegni di lavoro, il libro trasporta il lettore in una altalena continua di emozioni e si rimane letteralmente incollati alle pagine.
I quattro della banda Ventura hanno tutte le carte in regola per diventare protagonisti di una nuova serie, come preannuncia la copertina, e Pandiani ha trovato una nuova modalità per raccontare l’abisso in cui la società moderna sta affondando, tema, come detto, che caratterizza già i romanzi precedenti. A tratti sembra farsi beffe dei “cattivi”, con descrizioni sarcastiche sul loro aspetto fisico o sul modo di comportarsi, ma, sebbene in questo romanzo ci siano (ex) delinquenti che devono trovare altri delinquenti, per l’autore è ben chiaro chi merita una seconda chance e chi invece no.
Ho avuto il piacere di chiacchierare con Enrico un paio di volte, una in occasione dell’uscita del suo ultimo libro della serie Les Italiens, e un’altra durante una puntata del programma radiofonico Libri tra le Onde. Questo romanzo mi è piaciuto tanto e ho provato a disturbarlo ancora una volta. Con la consueta cortesia e disponibilità, Enrico ha accettato di rispondere a qualche domanda e la chiacchierata va oltre il romanzo… ed ecco che mi ha raccontato.
G: Prima di tutto complimenti per questo nuovo libro. L’ho letto in tre giorni e non è stato semplice interrompere la lettura per lavorare!
Iniziamo dalla copertina, molto bella, in cui leggiamo: il primo caso per la banda Ventura…
Siamo davanti al primo capitolo di una serie che hai già in mente?
E: Grazie per l’intervista, Gianluca. Sì, ho in mente di scrivere cinque romanzi di cui questo è il primo. Qui vengono presentati i protagonisti e si racconta la loro storia recente e le varie dinamiche del gruppo. Nei prossimi quattro libri, pur lavorando tutti insieme come sempre, ognuno di loro avrà una parte preminente e nel farlo racconterà la sua vita precedente ai problemi con la giustizia.
G: Nel precedente romanzo, “Lontano da casa”, si parlava di immigrazione, razzismo e crudeltà, temi che sono presenti anche in questo nuovo lavoro. In “Lontano da casa” sembravi più arrabbiato, ma animato da una speranza in un mondo migliore, in questo romanzo, la rabbia sembra aver lasciato spazio alla delusione. Il ritratto che fai dell’Italia e che fa da sfondo alle indagini di Max e soci è molto realistico e ci presenta un quadro impietoso e attuale fatto di corruzione, traffici illegali, sfruttamento. È vero che esistono, come nel tuo libro, persone in grado di indignarsi e combattere, ma devono affrontare nemici forti e organizzati…Quanto sei deluso dall’Italia e in particolare dalla sua ambiguità in tema di immigrazione? A parte le istituzioni, che spesso sfruttano certi argomenti per fini elettorali, credi che sia possibile nel nostro paese un cambio di direzione culturale?
E: Le istituzioni, come vengono chiamate, si direbbero interessate a tutto fuorché il destino di questo paese e dei suoi cittadini. Quale sia il livello della politica lo abbiamo visto alle recenti elezioni presidenziali; al di là del mero attaccamento alla poltrona o alla ricerca del potere, non sono in grado di esprimere altro. Nemmeno nei momenti di estrema urgenza, come quello che stiamo vivendo, riescono a mettere in campo una qualche manovra istituzionale. Lo Stato non esiste, i politici sono totalmente scollati dalla realtà e vivono nel loro mondo dorato, fatto di stipendi enormi e privilegi infiniti. Per noi non rimane nulla, siamo soltanto limoni da spremere. Per giunta, buona parte del paese sostiene la parte politica che bene o male guarda a un passato tragico che in qualche maniera vorrebbe riproporre. Che posso dire, sono disgustato e all’orizzonte non vedo alcun cambiamento culturale possibile.
G: I protagonisti di “Fuoco” hanno cercato di superare il loro passato, lo hanno fatto buttandosi alle spalle ciò era stato fatto e costruendo una nuova vita fatta di legalità. Lo stesso Numero Uno non si lascia sopraffare dal desiderio di vendetta, e cerca, al contrario, giustizia. Dalle pagine di questo romanzo emerge simpatia per la banda Ventura ma anche per lo stesso personaggio misterioso che li contatta, nonostante i primi siano degli ex-detenuti evasi e l’altro, invece, uno strano tipo che sembra voler sfruttare la situazione. Nel libro non lasci scampo ai cattivi e invece concedi una seconda possibilità ai buoni. Credi nel cambiamento delle persone? Sei uno che concede una seconda chance?

E: Io credo abbastanza nella redenzione e sono convinto che le persone possano cambiare, a volte attraverso prove molto difficili. Sono sempre stupito quando leggo giudizi terribili nei confronti di gente che ha pagato per il male commesso ed è tornata libera. In linea di massima la gente non accetta che un individuo possa rientrare nella società civile dopo aver sbagliato, io invece penso che questo sia possibile. Bisogna sempre dare una seconda chance alle persone. Ed è necessaria la capacità di rivedere i propri giudizi e, quando è il caso, saperli cambiare. Il dubbio rimane l’unica certezza di questa società, se mi passate il gioco di parole.
G: Tanta azione, tanti temi sociali, ogni volta riesci a trovare il giusto mix tra trama avvincente, descrizione della nostra società e problemi che affliggono la nostra Italia, senza mai scivolare in banalità. Quanto è difficile mettere insieme il puzzle dell’Italia di questi anni e costruire una storia credibile e lontana da stereotipi e frasi di circostanza in un paese come il nostro?
E: Non è facile, perché di argomenti ce ne sono fin troppi. Però io sono sempre stato sensibile ai problemi sociali, benché non possa negare di essere stato un privilegiato, nella mia vita, soprattutto per aver potuto fare scelte importanti, cosa che a molte persone viene negata. Per questo a un certo punto ho deciso di fare volontariato, di girare le periferie e di parlare con la gente, in modo da poter descrivere un certo mondo sapendo di cosa stavo parlando. L’Italia me la vedo come una figura davvero afflitta, da tutti i mali possibili e immaginabili: le mafie, la corruzione, la mala politica, la delinquenza che ormai è arrivata nelle stanze del potere e che in qualche modo ha allontanato la giustizia sociale da questa povera nazione. È difficile anche essere banale, quando racconti certe cose, perché al loro interno portano un dolore così grande, una fatica così immensa e una vita sempre più dura. La politica non ha fatto altro che svendere questo paese, distruggerne le capacità e il tessuto sociale, creando malcontento e disoccupazione.
G: Veniamo ai personaggi, la banda Ventura è composta da 4 personalità diverse e complementari e ancora una volta, il ruolo delle donne, viene esaltato. Sanda, da subito appare forte, Vittoria invece la si vede crescere nel corso delle pagine. Ho particolarmente apprezzato la figura di quest’ultima, non hai avuto paura di farla apparire fragile in alcuni momenti, ma ben legati al suo ruolo di madre e quindi al senso di responsabilità per sua figlia, ma anche forte e generosa come poi si scoprirà. Avevamo già parlato del ruolo delle donne nei tuoi libri in una precedente chiacchierata radiofonica e in occasione dell’uscita dell’ultimo romanzo della serie Les Italiens. Le avevi definite “la parte pensante, quelle che lavorano e risolvono” e a distanza di tre anni da quella chiacchierata, sei rimasto fedele a quell’idea, caratterizzando sempre le figure femminili, con una giovane protagonista, Matilde, che si dimostra perfettamente adatta al suo ruolo. Quanto è stato difficile costruire ogni singolo membro della banda in funzione del personaggio collettivo che è la banda stessa?
E: Parlando di donne, io ho una grande considerazione per il rispetto e nessuna per le “schwa” e gli “asterischi”, ipocrisie che servono a far sentire meno colpevole questa società profondamente maschilista. Il politically correct è un macigno che schiaccia tutto, che permette a chiunque di rimanere sulle proprie posizioni senza la fatica di doverlo ammettere. Per questo io non lo utilizzo mai, con i miei protagonisti. Quando li racconto cerco di renderli reali, con le loro contraddizioni, le speranze, anche le delusioni. A questo mondo c’è poca gioia e tanta malinconia. Le donne sono più forti, hanno i piedi per terra e radici resistenti. Non tutte, naturalmente, i cretini e le cretine sono sempre esistiti e sempre esisteranno. Anche nei romanzi, questo è ovvio. La banda Ventura è nata come organismo complesso, in qualche modo l’antitesi de Les Italiens. Serviva cautela, attenzione, amicizia, esperienza condivisa. Penso che per dare spessore a un personaggio si debba fare come con la scultura antica: parti da un rettangolo di marmo e a furia di sgrossare, scalpellare, rifinire e lucidare, arrivi all’anima vivente.
G: Torino, per chi come me l’ha vista solo da turista, è una bellissima città, sembra quasi perfetta. Nei tuoi romanzi non compare mai la Torino del centro, ma racconti la periferia, quella che non appare sulle guide e che sembra nascondere un’altra faccia. Come descriveresti la città a chi non la conosce?
E: La Torino del centro l’ho raccontata in diversi romanzi, quella della buona borghesia, di un certo benessere, della normalità senza troppi contraccolpi. A un certo punto mi sono reso conto che era noiosa, che l’avevano già raccontata Fruttero e Lucentini. Al di là della bellezza, della luce, dei monumenti, non è cambiata molto. Cos’è cambiato, invece, in questi quaranta e fischia anni, sono proprio le periferie. Lì la vita è difficile, più complicata, ci sono contrasti, difficoltà, incomprensioni, ci vivono persone molto diverse tra loro, che arrivano da zone lontanissime, da culture differenti e devono trovare in qualche modo una quadra per convivere. E questo non è facile, specie quando la politica non se ne occupa come dovrebbe e tutto finisce per essere in mano al volontariato che, nonostante gli sforzi immensi e la dedizione, ha grandi limiti per arrivare dovunque. E così a un certo punto ho pensato che le storie che vale la pena raccontare le avrei trovate lì.
G: Ci avevi raccontato che per alcuni libri riesci a scrivere più di getto, come per i romanzi della serie di Mordenti, e per altri ti si richiede uno sforzo differente. Fuoco sembra scritto più nella modalità Les Italiens. “Lontano da casa”, nonostante una trama forte, si concentrava sulla storia di crudeltà, “Fuoco” invece privilegia il ritmo e ha uno stile molto diverso, non scanzonato ma sicuramente più leggero. È solo una mia impressione o questi ultimi due romanzi hanno richiesto un tipo di impegno differente?
G: Sono impegni differenti, ma pur sempre grandi impegni. Alla fine ciò che mi porta via la maggior parte del tempo è la scrittura, il suo tono, la capacità di sintesi, il riuscire a far dimenticare al lettore che sta leggendo una finzione, cosa che a me capita leggendo certi romanzi che ti proiettano nella storia assieme ai personaggi, che ti fanno dimenticare per qualche ora la vita vera. È una sensazione meravigliosa e mi piacerebbe che succedesse anche ai miei lettori, che si tratti de Les Italiens, di Zara, di Jasmina o di Ventura. Sapere di aver deluso, sarebbe una sconfitta.
G: Ti posso confermare che leggendo i tuoi romanzi si viene catapultati in un mondo diverso, a volte divertente e scanzonato, a volte drammatico e inquietante, ma certamente ogni lettura è un viaggio che inizia dalla prima pagina e lascia il segno anche dopo la fine del libro.
Quale tra i personaggi di questo romanzo è più vicino a Enrico? Quale invece il più lontano? Quale quello su cui avresti infierito e quale quello che ti suscita maggiore tenerezza?
E: È una domanda difficile, anche perché scrivendo Fuoco non ho mai pensato a me stesso come personaggio. A parte Ventura che fuma la pipa, altre analogie fra noi non mi sembra che ce ne siano. Per questo, forse, per la mera passione per il Latakia, lui è quello a me più vicino. Il più lontano e Pennestrì, perché non ha empatia, ne è totalmente privo. Sa cos’è il male ma questa consapevolezza non lo ferma, nemmeno nel momento in cui si accinge a commettere l’azione più bassa e vigliacca. Su di lui ho infierito, lo ammetto. Mentre la mia tenerezza va a Victoria, quella più fragile ma allo stesso tempo più coraggiosa. È una madre, dunque vulnerabile, perché lei è quella che ha da perdere più di tutti.
G: Numero Uno, un nome che mi ha suscitato un sorriso, perché mi ha ricordato un personaggio di un famoso fumetto degli anni 70 (Alan Ford), da dove arriva questo nome?
E: Che mi si creda o no, non ricordavo proprio il personaggio di Alan Ford, non era un fumetto per il quale andassi matto. Il nome di Numero Uno è venuto fuori così; dal momento in cui compare è ovvio che il capo è lui, quello che ha il coltello dalla parte del manico. Il numero uno, appunto.
G: Hai detto che arriveranno altre storie della banda Ventura, e io ne aspetto il seguito perché, che ho scritto, questi sono dei personaggi che coinvolgono e hanno il potenziale per raccontare tante storie. Però la domanda banale e rompiscatole me la devi concedere: a Parigi tutto tranquillo e Mordenti si dedica ai divieti di sosta?
E: Ho un romanzo di Mordenti più o meno a un terzo, tra l’altro una storia che mi piace un casino. L’ho interrotto per raccontare Ventura e i suoi amici, libro al quale, come ho detto, ne seguiranno altri quattro. Ma dopo il secondo, vorrei infilare l’ottavo di Mordenti. Lui non se la prende tanto, sa che Ventura ha una vita stabilita e che invece la sua è pressoché infinita, quindi lascia fare e aspetta il suo turno.
G: E noi aspettiamo impazienti, sia Mordenti che Ventura e soci. Parlando invece di musica, e ti ringrazio perché durante la nostra chiacchierata radiofonica di qualche tempo fa avevi scelto dei musicisti che ho avuto modo di apprezzare, fino a qualche anno fa riuscivo a leggere con il sottofondo musicale, ora non più. Ma se volessimo aggiungere una colonna sonora a questo romanzo, quali brani consiglieresti?
E: Senz’altro una musica Jazz. Quando lo stavo scrivendo ascoltavo molto Cannonball Adderley, brani come Jive Samba o Mercy, Mercy, Mercy. Quello, per me, è il sound di questo libro. A volte pensoso, qualche volta malinconico, per la maggior parte del tempo entusiasta.
G: La tua attività sui social dimostra che non hai paura a esprimere le tue idee in modo chiaro su qualsiasi tema, e con i tuoi libri dimostri chiaramente da che parte stai. Un atteggiamento non comune, e che apprezzo. Come riesci a gestire poi i dibattiti che seguono i tuoi post? Purtroppo, il pubblico sui social non sempre si dimostra “corretto” ed “educato”.
E: Non bisognerebbe mai avere paura delle opinioni (non ho mai conosciuto una persona che abbia ammesso di aver votato Berlusconi, per esempio, ma all’epoca ha vinto le elezioni). Però bisogna anche essere capaci di cambiarle, le proprie opinioni, quando ci si rende conto che sono sbagliate o imperfette. Di nuovo, la chiave di volta è il dubbio. Ammetto di essere spesso un provocatore, cerco delle reazioni, perché un certo tipo di persone rivelano la propria intima personalità proprio nelle reazioni. Dopodiché, io sono sempre disposto a discutere con chi lo fa in modo civile, anche se in genere ognuno rimane della propria opinione. Una discussione è sempre positiva, lascia dei semi che forse germoglieranno. L’insulto, invece, è soltanto l’indice della profonda incapacità di pensare di chi risponde insultando. E di conseguenza non mi fa né caldo né freddo. lo ignoro.
G: Seguo con particolare interesse anche i tuoi consigli sulle nuove uscite, fino a ora ogni libro consigliato è stata una bella lettura. Quindi anche stavolta ti chiedo qualche suggerimento letterario.
E: In effetti ho letto alcune belle cose, e non tutte sono romanzi. Per esempio, Europa, i primi cento milioni di anni, di Tim Flannery e Luigi Boitani, Garzanti, è un saggio stupendo, che racconta in maniera affascinante la storia del vecchio continente e la comparsa dell’uomo; Come una guerra, di Thierry Mathieu, Marsilio, un noir straordinario nella provincia francese, duro e coinvolgente; Inchiostro simpatico, di Patrick Modiano, Einaudi, un noir sui generis e molto letterario, una ricerca che porta il protagonista, un ex investigatore, a riconsiderare la propria vita. E voglio anche consigliare Il quartetto Razumowsky, di Paolo Maurensig, Einaudi, storia cruda e implacabile, testamento spirituale del grande autore goriziano, scomparso all’improvviso prima di poterne vedere la pubblicazione. E poi tanti altri che adesso non ricordo.
[…] Non si valuta un libro dalla copertina e nemmeno dal numero di pagine, questo si sa e infatti il libro di Patrick Modiano, Premio Nobel per la Letteratura nel 2014, si dimostra una piccola perla, per cui ringrazio Enrico Pandiani che lo ha consigliato durante la nostra chiacchierata. […]
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[…] l’ultima volta che ci siamo sentiti è stato per l’uscita del primo capitolo di questa serie (Fuoco) e adesso siamo arrivati al quarto e penultimo caso da […]
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