Saccargia è una di quelle chiese in cui, anche se non sei credente, anche se non ti interessa la religione, senti il bisogno di entrare. La sua facciata è così bella, pur nella sua semplicità, che difficilmente si può passare dritti dopo aver visto la basilica che si erge maestosa su un leggero rialzo rispetto alla strada, tra due colline, una in cui si estendono campagne e in cui si trova un nuraghe, e l’altra, dalla parte opposta, che porta al paese di Codrongianos. E io a Codrongianos ho trascorso le mie estati da bambino, e si andava a Saccargia per la festa.
Adoro quel posto, adoro i resti dell’antico monastero, adoro quell’alternanza di pietre bianche e nere, adoro ogni filo d’erba intorno alla chiesa e adoro il suo interno e ancora adesso, ogni volta che ritorno in Sardegna devo andarci, e mettere la testa all’imbocco del campanile, chiuso al pubblico, purtroppo, immaginando di poterci salire.

Gavino Zucca mi ha fatto un gran regalo. Ha ambientato il suo giallo – Il delitto di Saccargia – proprio tra la basilica e Codrongianos, e io non ho potuto fare a meno di percorrere quelle strade e quei viottoli di campagna insieme ai protagonisti.
Zucca racconta che il giorno di Natale del 1961, vicino alla Basilica, viene trovato il corpo di Salvatore Mazzoni e a prima vista sembra un incidente, ma il tenente Roversi, chiamato da Sassari (dove è stato trasferito da Bologna per aver combinato un guaio) per sostituire il Comandante dei Carabinieri di Codrongianos, infortunatosi, capisce che in realtà c’è qualcosa che non torna e più di un elemento lascia pensare che si tratti di un omicidio.

Roversi si muove tra le campagne intorno a Codrongianos, tra le vie del vicino paese Florinas, e arriva anche all’immaginario Nuras (unico luogo di fantasia nel libro), per scoprire la verità. Nella sua indagine scoprirà cosa significa essere sardi, le meccaniche che regolano la vita sociale di una terra dove, in molti luoghi ancora, una stretta di mano vale più di un contratto scritto. Zucca non trascura la realtà della latitanza, i furti di bestiame, i pettegolezzi dei piccoli paesi, quei piccoli paesi in cui le donne spiano tutti attraverso le tapparelle.
Una bella scrittura, lineare e scorrevole, per una trama articolata ma facile da seguire, che ha tra i protagonisti lo sfortunato Salvatore Mazzoni, Roversi, ma anche la basilica di Saccargia, che anche quando non viene nominata, fa sentire la sua presenza durante gli spostamenti da Codrongianos a Nuras.

E allora faccio i complimenti a Gavino Zucca, per il suo libro, per il suo modo di delineare i personaggi, per aver ridato vita a un luogo per me magico, per avermi permesso di pedalare (con la fantasia) sulla mia bicicletta per rincorrere il tenente Roversi durante la sua indagine, in quegli stessi posti e in quelle stesse strade e viottoli dove ho pedalato tanti anni fa. Zucca mi ha fatto un bellissimo regalo, ha rimesso il colore in ricordi che stavano sbiadendo e lo ha fatto con un bellissimo giallo.
Lasciatevi quindi trasportare indietro di circa 50 anni, per scoprire cosa si nasconde dietro la morte di Salvatore Mazzoni, di come un Tenente riesca a scoprire la verità senza l’ausilio della tecnologia, ma semplicemente grazie alla sua abilità nel capire le persone e nel creare rapporti con esse, fatevi un giretto in una zona della Sardegna meno conosciuta ma vera, lontano dal mare di cui si parla sempre, e scoprite il piacere di viaggiare tra colline e paesini, accompagnati dalla bellissima scrittura di Zucca.
[…] serie del Tenente Roversi questo è il secondo volume, gli altri due sono Il Mistero di Abbacuada e Il Delitto di Saccargia, di cui abbiamo parlato […]
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