Sono in ritardo e lo ammetto. Ci ho messo due anni ad avvicinarmi al primo lavoro degli Stone Temple Pilots senza Scott Weiland – e nel frattempo ne è uscito un altro proprio nel 2020.
Lo dico da amante della musica degli STP e della voce di Weiland. Quando venne a mancare nel dicembre 2015, non riuscii nemmeno a scrivere due righe, semplicemente un malinconico R.I.P.

Mi piaceva Weiland, mi piaceva la sua voce, il suo modo eccessivo, il suo passaggio da cantante quasi pacato (nei video) ai tempi di Core, Purple al nuovo stile sviluppato con i Velvet revolver e mi era piaciuto anche l’omonimo Stone Temple Pilots, ultimo disco con lui alla voce.
La dipendenza di Weiland è nota a tutti, e a causa di questo il gruppo prosegue per due anni con Chester Bennington alla voce. Nel 2015, Weiland muore, durante il tour con i suoi Wildabouts (se non conoscete il loro disco, dategli un ascolto qui) e il resto dell band ci mette tre anni a sfornare un nuovo disco.
Ora, la personalità e la voce di Weiland non erano di poco conto, e immagine gli STP con una nuova voce era, per me, molto difficile.

Immagino anche come si siano sentiti gli altri a pensare di ripartire con un album in studio, e invece dopo aver reclutato Jeff Gutt hanno capito che era il momento di risorgere dalle proprie ceneri. Il primo disco dell’era Gutt è un altro omonimo, e forse la scelta di due dischi omonimi di seguito non è sbagliata. Il primo (del 2010) segna la fine dell’epoca Weiland, questo, del 2018, sembra voler dire: eccoci, noi ora siamo questi.
Gli ho dato fiducia e in questo disco si ritrova il suono degli STP con qualcosa di nuovo anche nel modo di comporre e suonare. La voce e il modo di cantare di Jeff Gut ricordano molto Weiland e la band dimostra di non aver perso la sua capacità di fare musica.

Il disco è tutto molto bello (forse non avrei lasciato così tanto spazio a ritmi più rilassati alla fine), personalmente particolare attenzione meritano le melodie di “Thought she’d be mine”, lo stile STP di “Guilty” e “Just a little lie”, ma io vedo sempre il disco come un progetto in cui le canzoni segnano tappe di un percorso, che non prevede salti, per cui godetevelo tutto.
Buon ascolto e perdonate se sono arrivato con due anni di ritardo.