Nostalgia musicale e letteraria

Questo 2020 non ve lo devo certo raccontare io, e nonostante ci si avvicini alla fine, rimane quasi un timore latente nei confronti di questo anno “particolare”. Per chi ama i libri e la musica, ordine a vostra scelta, probabilmente si è riusciti a gestire il tanto (troppo per alcuni) tempo libero che si è avuto (non è un blog politico o sociologico, per cui non mi dilungo sull’argomento) dedicandosi a queste due passioni.

Personalmente, tra le altre cose, mi sono divertito a sfruttare la tecnologia per conoscere nuovi gruppi musicali, o progetti di artisti che seguo abitualmente ma che non avevo ancora avuto modo di conoscere.

Per quanto riguarda i libri, sono riuscito a far diminuire la pila di libri che attendevano di essere letti, per poi rivederla crescere appena sono state riaperte le librerie, complici anche delle nuove uscite molto interessanti (di alcune abbiamo parlato in queste pagine).

Tornando alla musica, oltre scoprire qualche nuovo disco, ho riportato sul giradischi diversi dischi in vinile che, per una ragione o per un’altra erano stati messi da parte in nome di una continua ricerca di novità. Poi si sa, in campo musicale, ma anche letterario, spesso si va a cicli periodici.

Insomma ho rimesso sul piatto i Rush di 2112, i Nazareth, i Groundhogs, ma anche i primi dischi dei Rainbow, Neil Young ha accompagnato più volte le mie mattinate lavorative. Insieme a loro ovviamente tanti altri. Non che questi gruppi fosse stati “abbandonati”, ma diciamo che era da tempo che non ascoltavo un disco per intero.

E qui arriva la nota dolente. Mi sono ritrovato, in qualche caso, a dover togliere il disco per “manifesta incapacità di gestire le emozioni”. Lo ammetto, sarà un segno dell’età, o semplicemente un attacco di nostalgia più feroce, ma alcuni di questi dischi sono stati un violento pugno nello stomaco, uno schiaffo che ti sveglia da un lungo torpore. Le emozioni di un tempo sono riemerse con prepotenza – non i ricordi – ma esattamente le emozioni. Si è trattato di una specie di viaggio a ritroso alla velocità della luce, in cui sono stato incapace di eseguire qualsiasi azione se non ascoltare.

Difficile spiegare a parole, lo ammetto. All’improvviso, mesi di scoperte musicali sono stati cancellati, e non me ne vogliano Sebadoh, Steepwater band (entrambi raccontati in queste pagine), o Clutch, Rival sons e altri. Di colpo la loro (bella) musica si è scolorita, di fronte a suoni meno tecnologici e più reali direttamente provenienti da qualche amplificatore di circa 40/50 anni fa.

Insomma, non sono riuscito a finire On the beach di Neil Young e nemmeno Rising dei Rainbow. I Rush mi hanno riempito gli occhi di lacrime. Ho dovuto riprenderli piano piano, un pezzo alla volta fino a riuscire ad ascoltarli per intero. Una sensazione bellissima, come un abbraccio materno, di quelli che ti fanno sentire sicuri, sempre.

L’edizione del libro che ho letto tanti anni fa

Sensazione simile l’ho avuta parlando di un libro, in un gruppo su Facebook, invitato da una cara amica (mi sto vendicando, le suggerisco libri bellissimi che lei non può fare a meno di comprare e così anche lei avrà una pila altissima di “lo leggo a breve”). Un giorno si parlava di Noi i ragazzi dello zoo di Berlino, e ho espresso il mio parere sul libro. Anche in questo caso mi sono trovato catapultato sul letto della mia cameretta diversi anni fa, per poi essere sbalzato con tachicardia sotto la pensilina dell’ufficio postale della stazione centrale di Berlino nel 1994, davanti a una marea di tossicodipendenti che chiedevano soldi e si prostituivano. Sensazioni forti al tempo, rivissuta senza filtri in questi giorni.

E ringrazierò sempre il potere dell’arte, in particolare della letteratura e della musica.

E una canzone che mi riporta indietro e che riassume bene alcuni stati d’animo è questa Damn Good di David Lee Roth.

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