“Luci, profumi, praterie e torrenti hanno segnato le tappe di questo viaggio ai confini della notte, ma soprattutto gli alberi hanno punteggiato il nostro procedere verso sud. Prima le betulle, poi i tigli, poi le querce, quindi le vigne, i platani e i fichi.”
Questo libro è capitato nelle mie mani per caso, e ha rappresentato, anzi rappresenta, la quadratura perfetta di questo periodo per me, di come ho vissuto il lockdown e la riapertura. Questo libro cattura l’essenza del viaggio, l’essenza della vita stessa, e racconta un’Europa che non c’è più, contrapponendole quella che conosciamo. Per chi ha superato i 40, e ha vissuto la nascita dell’Unione Europea, e quindi ricorda quando ancora i confini erano chiusi, quando l’attraversamento di una frontiera era difficile, il muro di Berlino, questo libro è una fotografia di un mondo che non esiste più. Non vi preoccupate, non è una critica contro l’Euro o l’Europa, niente complotti e niente “poteri forti”, solo un viaggio.

Il viaggio di Paolo Ruiz parte dall’estremo nord dell’Europa, in Norvegia, quasi al confine con la Russia, e prosegue in Russia per scendere attraversando tutte le zone di confine tra l’Unione Europea e appunta l’enorme terra governata da Putin. Il viaggio si articola in treno e qualche raro percorso in automobile, attraverso paesini sperduti, di fianco a frontiere con 30 km di zone cuscinetto, cittadine divise a metà, in cui la street view di Google è disponibile solo per la parte che rientra nell’Unione Europea. Niente capitali, niente grandi alberghi, ma luoghi e persone, ospitalità e tradizioni.
Per questo parlo di un mondo che non c’è più. Quando si viaggiava 30 anni fa, con l’inter-rail per esempio, ogni confine era una scoperta, un cambio di moneta, un calcolo per capire quanto costassero le cose. Ogni paese offriva aspetti tipici di quella terra e di quella gente, modi di vestire, cibo. La globalizzazione ci impone di rivedere queste differenze (parola che bisogna sempre usare con cautela), ma erano belle differenze, erano i tratti caratteristici per cui si potevano passare ore ad ascoltare il racconto di persone di altra nazionalità sul loro modo di vivere e di concepire le giornate. A oggi poco abbiamo da aspettarci dai nostri concittadini europei, ci conosciamo, ci stiamo uniformando (niente nazionalismi sia ben chiaro), ma diciamo che abbiamo molto meno da scoprire rispetto a prima.
Paolo Ruiz invece ci riporta a paesi in cui ancora ci sono frontiere, e nemmeno morbide, ci racconta come la vita si sviluppa in quello che una volta era il centro dell’Europa. Ci racconta di chi abitava l’Europa che noi pensiamo di conoscere, ci racconta la cultura di luoghi distanti. Mentre noi ci affanniamo nella moderna Europa per andare in ufficio, ci sono persone che si alzano al mattino e coltivano la terra in paesini isolati e lontani dalla nostra immaginazione. Mentre noi entriamo in metropolitana o siamo imbottigliati in tangenziale, ci sono persone che pregano in chiese di legno vicino a uno dei più grandi laghi del mondo, costruite da ebrei che ormai non si trovano più dopo la grande follia del mondo.. Mentre noi andiamo in moderni supermercati, ci sono persone che vengono perquisite mentre attraversano un confine. Mentre noi viaggiamo in Eurostar, ci sono persone su pullman che percorrono strade che sembrano non portare da nessuna parte, ma con la benedizione di una zingara (concetto che porta a molte riflessioni).
Esiste un mondo lontano da noi sia fisicamente sia come stile di vita, che è affascinante.

Il merito di Ruiz in questo libro è quello di non cadere nella facile retorica, ma di limitarsi a raccontare ciò che vede e le emozioni che prova. L’autore ci fa vedere un’altra Europa nel suo viaggio verticale dalla Norvegia a Istanbul, sposta il centro dell’Europa stessa e ci fa riscoprire l’essenzialità della vita stessa (niente discorsi pesanti, niente insegnamenti noiosi) attraverso le immagini che racconta.
Un libro corto, da leggere piano, da dividere, qualche volta, per trovare il tempo di andare su google maps ed esplorare quei villaggi nascosti alla nostra vista e reperire informazioni su luoghi di cui semplicemente ignoriamo l’esistenza. La ridefinizione di viaggio con uno zaino di 6 kg, la ridefinizione di “importante” per chiudere quello che è stato il riavvicinamento al mio vero io durante il periodo di isolamento forzato, un processo tanto veloce quanto necessario per me che era rimasto in forma ancora indefinita e che attraverso la lettura di questo libro invece trova la sua completezza.
Non correte mentre scorrete queste pagine, non c’è da scoprire l’assassino, non ci sono intrighi, c’è solo da rilassarsi e scoprire cose nuove, fermatevi a cercare su google street view immagini dei luoghi citati, guardate quella cartina e sognate.
Buon viaggio