“La città è dei bianchi” (Darktown è il titolo originale) è un libro che in questo particolare momento storico sembra perfetto per ricordarci la storia dei bianchi e dei neri, dei passi fatti per l’integrazione, ma soprattutto ci ricorda quanto tutta la strada fatta possa essere distrutta in 5 minuti.

Nel 1948, a Darktown, quartiere di Atlanta riservato ai “negri” (cito dal libro, in cui compaiono numerosi riferimenti a “negretti”, “musi neri”), quartiere degradato e abbandonato a sé stesso, vengono nominati i primi 8 poliziotti di colore. Certo, non sono poliziotti con pieni poteri, e infatti non possono arrestare i bianchi, non possono guidare una macchina della polizia, per gli interventi più importanti devono cercare una cabina e chiamare i colleghi bianchi… ma è un primo passo. Un passo difficile, un passo pesante, ma sempre un primo passo, segnato da insulti e continui tentativi di distruggere questo progetto da parte dei bianchi.
Di questi 8 poliziotti neri (qui una breve storia in inglese), due, Boggs e Smith (nomi di fantasia), si ritrovano a indagare, anche se non potrebbero vista la loro condizioni di semplici agenti, anzi di semplici agenti negri, come sottolinea speso Mullen, sulla morte di una giovane ragazza di colore. La ragazza era in compagnia di un bianco fermato dai due giovani agenti per aver sbattuto contro un lampione, ma prontamente lasciato andare dopo l’intervento di una pattuglia di agenti bianchi. Più tardi la ragazza viene trovata morta tra i rifiuti.
Boggs e Smith, grazie anche all’agente Rakestraw (bianco), cercheranno di scoprire la verità, quella verità che non interessa a nessuno, proprio perché la vittima è di colore.

“La città è dei bianchi” è un libro che potremmo dividere in due parti, la prima, in cui Mullen ci fa fare un lungo e intenso bagno in una realtà lontana nel tempo, una realtà fatta di discriminazione (ingressi separati per i neri negli edifici, quartieri riservati), insulti. Durante la prima parte, il lettore è quasi disorientato, deve prendere le misure con la violenza verbale e psicologica, con il disagio di chi sa di essere trattato da inferiore, con l’amarezza di chi si rende conto che nonostante sia diventato poliziotto, fondamentalmente non conta nulla. E solo quando l’autore è convinto di poterci “lasciare soli” allora inizia l’azione, l’indagine vera.
E in questa seconda parte, sorriderete con amarezza quando finalmente ai due poliziotti viene riconosciuta l’importanza del loro lavoro da parte della loro stessa comunità, proverete un filo di speranza quando finalmente un poliziotto bianco aiuterà (e chiederà aiuto) a Boggs e Smith per risolvere questo caso, proverete rabbia pura quando il collega di Rakestraw, il violento Dunslow, cercherà di incastrare i poliziotti neri con false accuse per far fallire questo progetto di integrazione.

Leggete questo libro, perché è un libro tanto attuale, non importa da che parte politica state, è come leggere un pezzo di storia dell’uomo, mascherato da giallo (un bel giallo), e avrete di cui riflettere. Un libro deve regalare emozioni, e questo libro è un’alternanza di emozioni notevole, e credetemi, vi troverete a cercare su Google Maps le strade che vengono citate nel libro, vi troverete a cercare le immagini degli otto poliziotti di colore, vi indignerete a leggere così tante volte la parola “negro”, finché non vi verrà più nemmeno voglia di notare le differenze di colore della pelle degli esseri umani.
“La città è dei bianchi” è un viaggio, nel passato prossimo e nel nostro presente, un viaggio che forse dovremmo fare tutti, con umiltà.